Palermo 10 maggio 1987

Al Sig. Procuratore Della Repubblica di Palermo

 

Il sottoscritto Gioacchino Basile, nato a Palermo il 16 /06/1949, ivi residente in via Tommaso Laureto Nr 12, ed i suoi compagni di lavoro che si sottoscrivono in calce alla presente, chiedono alla S.v. Di voler far luce fra le ormai tante ombre tenebrose che si annidano all'interno della Fincantieri di Palermo. Azienda che, a nostro avviso, potrebbe essere già diventata una pericolosa palude culturale ed economica.

L'esponente lavora alle dipendenze della sopracitata azienda dal febbraio 1971, periodo durante il quale conobbe un sistema di vita diverso da quello che in cuor suo, cuore di di ragazzo di borgata, sfruttato ed emarginato, si annidava.

Odiava e disprezzava tutto ciò che rappresentava lo Stato perchè da esso..............illegibile..........

In quegli anni i lavoratori del Cantiere Navale, vivevano attivamente un cambiamento economico e culturale notevolissimo e lo scrivente, così come tantissimi altri giovani della sua età, incominciava a vivere in una logica ed in una dimensione totalmente diversa da quella che l'odiosa cultura di borgata gli aveva insegnato e che è l'humus entro il quale si coltivano e crescono i futuri mafiosi di Palermo.

Si faceva tesoro dei consigli dei propri compagni di lavoro più anziani i quali, parlavano di quel che era stato l'odioso modo di vivere (mafioso) ai Cantieri Navali e dei pericoli che esso rappresentava per i lavoratori.

L'odiosa parola mafia di li agli anni a venire, veniva usata nelle assemblee, come qualcosa di trapassato, ma da non dimenticare mai, affinchè essa non potesse più avere futuro dentro i Cantieri Navali di Palermo: così fù per molti anni...

Intorno all'anno 1977-1980 un'inquieto cambiamento, orchestrato con grande maestria "dall'odioso modo di vivere" faceva gridare allo scandalo molti dei propri compagni sindacalisti i quali trovarono, da una parte l'irresponsabile disinteresse dei lavoratori per qualcosa che ormai si credeva appartenesse ad un passato irripetibile e, dall'altra parte le manovre di oscuri personaggi che avevano tutto l'interesse di addomesticare i più inquieti.

L'irresponsabile disinteresse dei lavoratori si trasformò, intorno agli anni 1980-1982, addirittura, in totale indifferenza e, le poche volte che qualcuno ebbe l'ardire di gridare "al lupo" , non trovò mai una risposta organizzata da parte dei lavoratori, autorizzando in tal modo, l'inizio di attegiamenti arroganti, da parte dell'azienda nei confronti di tutti i lavoratori.

Allo stato non si sà o, perlomeno non si è in grado di stabilire come l'azienda e tutto un odioso mondo che si muove attorno ad essa, siano riusciti a zittire definitivamente chi era stato delegato dai lavoratori a salvaguardare i propri diritti.

Oggi, il Cantiere Navale pullola di comitati d'affari, con ditte e coperative, molte delle quali non brillano per trasparenza: si contratta come dentro il tempio di Gerusalemme.

Si mandano in prepensionamento (a 55 anni) operai che ancora potrebbero lavorare per tanto tempo.

Gli stessi operai, ritornano a lavorare al Cantiere Navale, alle dipendenze di qualche ditta, e possibilmente senza essere messi in regola secondo le leggi del collocamento, assicurative, previdenziali ed assistenziali.

Si respira un'aria fin troppo omertosa e personaggi che nulla hanno a che fare con il vero mondo del lavoro, si aggirano all'interno dell'azienda come veri e propri potentati senza una specifica funzione istituzionale legalmente riconosciuta.

Il Dottor Giuseppe Cortesi, già da anni dirigente principale............illegibile...................... dirigente menager a cui si guardava con fiducia negli anni 1980-1982 per risollevere le sorti economiche e civili del Cantiere Navale.

Si è convinti che dietro l'immagine del dirigente tutto d'un pezzo vi sia la convivenza o l'indifferenza o, se vogliamo la tolleranza dei comitati d'affari che pullolano ormai all'interno del Cantiere.

Tali attegiamenti potrebbero essere anche sinonimo di complicità.

In meno d'un anno nell'azienda si sono avuti due morti.

Il primo è stato l'operaio saldatore Raffaele Autieri, morto orrendamente per aver ceduto al vile ricatto aziendale.

Questo morto non appartiene alla fatalità, bensì all'irresponsabile determinazione dei dirigenti che usano la cassaintegrazione quale deterrente anti-sindacale.

Per questo morto si chiede Giustizia.

Si chiede d'indagare sulle condizioni ambientali e di sicurezza in cui si è costretti a lavorare, pena in caso di rifiuto, la messa in cassaintegrazione a stipendio ridotto.

Si chiede ancora di voler indagare all'interno del Cantiere Navale sù ogni elemento che implica corruzione e convivenza mafiosa.

Si è certi che con accurate indagini di polizia e finanziarie si potrà far luce fra tante tenebre. L'azienda, ad avviso degli scriventi è un ammalato grave che urge di terapie intensive.

Oltre allo sfruttamento lavorativo dei giovani emarginati che determina ingenti guadagni per i comitati d'affari che orbitano all'interno del Cantiere, vi è un grosso giro di affari che si ricava dai contributi pubblici per spese di rinnovamento tecnologico, il quale va avanti già da anni e che si prevede si potrarrà ancora per molto ed in maniera gattopardesca per poter continuare a mungere le mammelle della finanza della collettività.

Signor Procuratore, quello che ci stà più a cuore è lo sfruttamento di tantissima gente costretta a lavorare senza alcuna garanzia di legge, con mercedi da sopravvivenza a beneficio dei soliti "comitati d'affari" che non rappresentano il "sommerso" dell'economia cittadina, ma un "odioso modo di vivere" al quale non si vogliono cedere le armi e contro il quale ci si batte per rendere giustizia a tanta gente, che ha il diritto civile e costituzionale di vedere tutelati i propri diritti di lavoratore.

Signor Procuratore, ci si rivolge a Lei affinchè insieme si possa tagliare alle radici la malapianta del più infimo modo di vivere, che l'uomo abbia mai conosciuto "la mafia" e questa possa essere estirpata dal Cantiere Navale di Palermo rendendo così un grande servizio alla città ed alla comunità degli onesti.

Questo Esposto fù firmato da 120 lavoratori del cantiere navale: dovetti fermarmi a quelle firme perchè , fiancheggiati dai "miei compagni" sindacalisti della cgil e gli esponenti delle altre sigle sindacali, i Galatolo ed i loro accoliti avevano cominciato la caccia all'uomo.

Il 10 giugno del 1987, fui convocato dai Carabinieri che inizialmente si comportarono in modo vergognoso.... poi calmarono la loro qualità intimidatoria: dopo una squallida sceneggiata durata qualche giorno, dove non mettevano mai nulla di serio a verbale. annegarono tutto nelle acque torbide del silenzio, anche in presenza del fatto che le nostre battaglie di denuncia contro "cosa nostra" continuavano senza sosta nel tempo a venire.

I Carabinieri si rifiutarono sempre di dirmi il nome del Magistrato che aveva la delega alle indagini, ma non si tirarono indietro, nell'intimidire psicologicamente i miei compagni di lavoro, molti dei quali furono convocati in modo anomale. Anomalie che sembravano voler portare l'intimidazione psicologica fin dentro le loro famiglie; quella volta informai il segretario del mio partito il PCI, Michele Figurelli che fece intervenire presso i Carabinieri il compagno e avvocato Caleca.

Dopo l'evento di questo Esposto 10 giugno 1987, "cosa nostra" organizzerà i suoi accoliti che alla testa di centinaia di disperati, s'infiltreranno nei nostri cortei sciopero (ottobre 1987) e per cinque lunghe giornate devastarono la città, usarono attegiamenti violenti contro i negozi del centro ed usarano violenza verbale contro i cittadini, con particolare attenzione alle inermi ragazze e/o signore che si trovavano in centro città; tutto fù organizzato, per scollare l'interesse della città con la sua più grande azienda e la gente che vi lavorava,

Malgrado le denunce in tempo reale, fatte alla polizia in corso di manifestazione, la stessa non volle mai intervenire contro quei disperati pagati ed utilizzati da "cosa nostra" ed i suoi accoliti.

Il Giornale di Sicilia, che forse non sapeva, ci critica duramente con Armando Vaccarella e per questo, tanto per costruire più confusione utile al teatrino, i sindacalisti organizzarono una bersagliata d'uova marcie contro il palazzo del giornale, che così non volle mai ascoltare le rimostranze di quelli che denunciavamo i fatti.

Il giornale L'Ora, dove lungo quelle giornate mi recai insieme a Gaspare Miraglia per chiedere la pubblicazione della nostra denuncia, fece orecchie da mercante... qualcuno mi fece rilevare e vedere con i miei occhi che dentro i locali del giornale, c'era il segretario provinciale del PCI Michele Figurelli, che il primo di quelle cinque giornate di sciopero si unì a noi lavoratori, ma in seconda fila..... l'unico che prese atto timidamente della mia denuncia e la pubblico minimamente sù "L'Ora" fù l'allora giovane Vitale, attuale corrispondente della RAI.